martedì 16 marzo 2010

Bacchanalia

Oggi ricorre il primo giorno del Baccanale. E' difficile non pensare che sarebbe possibile tracciare una genealogia della forma di politica carnevalesca che emerge in corrispondenza di momenti come le proteste contro i grandi summit internazionali, oppure in occasione dei Gay Pride o delle feste del primo maggio, tanto indietro fino ai Baccanali criminalizzati dal tardo impero Romano. Questo anche per dire che, contrariamente a quello che si dice riguardo all'inefficacia delle forme politiche di protesta che vediamo emergere ad ogni angolo dalla Grecia alle banlieu parigine, uno sguardo lungo nella storia ci mostra come, da sempre, il potere ha temuto i momenti in cui l'identità del singolo, con la sua identità costruita e custodita negli archivi di stato, si perde nella gioia della collettività disordinata...


The bacchanalia were originally held in secret and only attended by women. The festivals occurred in the grove of Simila near the Aventine Hill on March 16 and March 17. Later, admission to the rites was extended to men, and celebrations took place five times a month. According to Livy, the extension happened in an era when the leader of the Bacchus cult was Paculla Annia — though it is now believed that some men had participated before that.

Livy informs us that the rapid spread of the cult, which he claims indulged in all kinds of crimes and political conspiracies at its nocturnal meetings, led in 186 BC to a decree of the Senate — the so-called Senatus consultum de Bacchanalibus, inscribed on a bronze tablet discovered in Apulia in Southern Italy (1640), now at the Kunsthistorisches Museum in Vienna — by which the Bacchanalia were prohibited throughout all Italy except in certain special cases which must be approved specifically by the Senate. In spite of the severe punishment inflicted on those found in violation of this decree (Livy claims there were more executions than imprisonment), the Bacchanalia survived in Southern Italy long past the repression.
Bacchanalia by Auguste Levêque
Frieze in Seefeld (Zürich) by A. Meyer (1900)

In Empires of Trust: How Rome Built—And America Is Building—A New World by Thomas Madden, the author cites the words of a Roman investigative consul in his report to the Roman Senate:

there was no crime, no deed of shame, wanting. More uncleanness was committed by men with men than with women. Whoever would not submit to defilement, or shrank from violating others, was sacrificed as a victim. To regard nothing as impious or criminal was the sum total of their religion. The men, as though seized with madness and with frenzied distortions of their bodies, shrieked out prophecies; the matrons, dressed as Bacchae, their hair disheveled, rushed down to the Tiber River with burning torches, plunged them into the water, and drew them out again, the flame undiminished because they were made of sulfur mixed with lime. Men were fastened to a machine and hurried off to hidden caves, and they were said to have been taken away by the gods. These were the men who refused to join their conspiracy or take part in their crimes or submit to their pollution.

lunedì 1 marzo 2010

Festa

Ermanno: Un fatto che gli era rimasto ignoto per quasi cinquant'anni, quantunque ogni ragazzina e ogni studente lo conosca, gli fu concesso finalmente in quella notte di danze: l'esperienza della festa, l'ebbrezza della comunione festosa; il mistero dell'immersione della persona nella folla, dell'unione mistica nella gioia. Spesso ne aveva sentito parlare, lo sapevano anche le domestiche, qualche volta addirittura aveva sorpreso un improvviso bagliore negli occhi di chi ne parlava, e se ne era chiesto il significato con quell'aria sospesa tra la superbia e l'invidia. Aveva visto mille volte quegli occhi ebbri della persona estatica, di colui che è liberato della propria persona, e dunque della propria maschera. Certo aveva sentito parlare di quei mistici, il cui corpo si libera d'un tratto da ogni limite per prendere forme e forze sconosciute. Aveva notato quella liberazione del corpo dalla prigione imposta dalla personalità in mille esempi quotidiani e quasi banali: nei marinai ubriachi che cantavano canzoni popolari nella sua piazza sotto casa, in alcuni grandi artisti e addirittura in qualche bambino a cui aveva avuto l'accortezza di allungare un libro di fiabe. Un sorriso così, una luce così chiara ed infantile, aveva pensato talvolta, doveva essere possibile soltanto ai giovani o agli anziani, oppure a quei popoli tribali che non conosco l'individuo. Ora però, in quella notte felice, lui stesso, Ermanno, era posseduto da quel sorriso, era immerso in quella felicità profonda, puerile e favolosa, respirava quel dolce sogno popolato di corpi, di musica e di vino. E non era più ciò che aveva sempre pensato di essere, la sua personalità sembrava per sempre essersi disciolta e volatilizzata a contatto con il turbine della festa, come il sale al bollire dell'acqua. Egli danzava. E non solo danzava, ma trascinato dal ribollire, turbinava, seguiva il corso di invisibili mulinelli e si abbracciava vagabondo ora a questa, ora a quella. Ma ogni volta non stringeva fra le braccia una donna, non sfiorava soltanto i capelli di lei, non respirava soltanto il suo profuma, ma cingeva tutto il mondo, ne sentiva l'odore e si fondeva con esso. E non era nemmeno lui ad abbracciare era piuttosto avvolto e inghiottito dalla musica e dal sudore. Pensieri non ne aveva più. Libero e sciolto si lasciava trasportare dalle onde della danza, dai profumi, dai suoni, dai sospiri, salutato da occhi estranei, eccitato e circondato da visi sconosciuti e labbra e guance e braccia e seni e ginocchia, sballottato ritmicamente dalla musica come una mareggiata a cui non si vuole opporre resistenza. Al mattino, di nuovo in sè, imprigionato, dimenticò ogni cosa. Solo quel pensiero scostante dei primi attimi di festa tornava a visitarlo: "Sia quello che vuole, almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo, fratello di Pablo".

Archivi

Azzurra: 'Io conosco una ragazza che non ci sta con la testa', così ripetava Thomas mentre camminava contritamente, quasi meccanicamente sulla strada che si arrampicava oltre il parco, verso casa. 'Dove io conservo immagini del mio passato, i nomi dei miei cari, una vaga idea di cio' che voglio e delle mie priorita'; in quel limitato spazio mentale che riesco a mantenere impermeabile dal continuo scorrere della quotidianità, in lei riesce a insinuarsi ogni genere di cose, tutto scorre, niente e' permanente, tutto e' trascinato da una corrente invisibile che le passa attraverso e la mantiene pura'. 'Io invece' continuò Thomas che ormai sembrava parlare soltanto per sè, dimentico di quei quattro amici che pure lo stavano ad ascoltare 'io invece, negli angoli polverosi, negli archivi della mia mente accumulo ogni genere di cosa: sporcizia e gingilli di cui non riesco a fare a meno. Lei potrebbe ripetermi ciò che disse a Goethe un capitano italiano: "Non deve fermarsi l'uomo in una sola cosa perche' allora divien matto: bisogna aver mille cose, una confusione nella testa".

Caffè

Thomas: Aveva una caffettiera da quattro (gliela aveva regalata una ragazza) ma la mattina era irrimediabilmente solo. Perciò, come può essere facilmente dedotto, egli faceva caffè troppo abbondanti e dopo il primo era costretto ad ingegnarsi: raccoglieva l’eccesso di caffè in minute tazzine che conservava in vista del lungo pomeriggio, oppure lo scaldava tentativamente in un microonde lercio di zuppe. Ma l’eccesso di caffè restava lì imperturbato, sotto forma di pozza liquida e odorosa. Ogni mattina si ripresentava carico di mistero e d’aroma e, come un’ombra scura, gli si rifletteva negli occhi quasi a rimproverarlo di quella sua solitudine di gatto. Non vi è dubbio, pensava, che quello del caffè dev’essere un carattere brusco e volatile, e infatti, non si presentava mai vestito di un nero silenzioso, cosmico e totale ma in un bruno scialbo, indeciso, e quindi fatalmente ambiguo. Ancora assonnato e imbelle nel suo pigiama turchese era così assalito come in un’imboscata da questa pozzetta enigmatica, o al peggio diabolicamente equivoca, il cui essere scuro non era mai semplicemente di caffè. Il suo essere eccessivo, il suo rimanere irriducibilmente sul fondo, capirete, gli conferiva come la qualità di un messaggio, e la sua oscurità era ora fosca e tetra, ora triste e quasi malinconica; quasi sempre sporca e sudicia; gli si parava davanti cattiva, perversa, crudele, nei giorni peggiori spietata ed ostile, arrabbiata e funesta; era quello del caffè un nero malvagio di destra fascista, ma anche una negritudine sfortunata e raggiante, illegale e clandestina, losca e sommersa, dello stesso colore della strada e quindi sognante.