lunedì 1 marzo 2010
Caffè
Thomas: Aveva una caffettiera da quattro (gliela aveva regalata una ragazza) ma la mattina era irrimediabilmente solo. Perciò, come può essere facilmente dedotto, egli faceva caffè troppo abbondanti e dopo il primo era costretto ad ingegnarsi: raccoglieva l’eccesso di caffè in minute tazzine che conservava in vista del lungo pomeriggio, oppure lo scaldava tentativamente in un microonde lercio di zuppe. Ma l’eccesso di caffè restava lì imperturbato, sotto forma di pozza liquida e odorosa. Ogni mattina si ripresentava carico di mistero e d’aroma e, come un’ombra scura, gli si rifletteva negli occhi quasi a rimproverarlo di quella sua solitudine di gatto. Non vi è dubbio, pensava, che quello del caffè dev’essere un carattere brusco e volatile, e infatti, non si presentava mai vestito di un nero silenzioso, cosmico e totale ma in un bruno scialbo, indeciso, e quindi fatalmente ambiguo. Ancora assonnato e imbelle nel suo pigiama turchese era così assalito come in un’imboscata da questa pozzetta enigmatica, o al peggio diabolicamente equivoca, il cui essere scuro non era mai semplicemente di caffè. Il suo essere eccessivo, il suo rimanere irriducibilmente sul fondo, capirete, gli conferiva come la qualità di un messaggio, e la sua oscurità era ora fosca e tetra, ora triste e quasi malinconica; quasi sempre sporca e sudicia; gli si parava davanti cattiva, perversa, crudele, nei giorni peggiori spietata ed ostile, arrabbiata e funesta; era quello del caffè un nero malvagio di destra fascista, ma anche una negritudine sfortunata e raggiante, illegale e clandestina, losca e sommersa, dello stesso colore della strada e quindi sognante.
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