lunedì 1 marzo 2010
Festa
Ermanno: Un fatto che gli era rimasto ignoto per quasi cinquant'anni, quantunque ogni ragazzina e ogni studente lo conosca, gli fu concesso finalmente in quella notte di danze: l'esperienza della festa, l'ebbrezza della comunione festosa; il mistero dell'immersione della persona nella folla, dell'unione mistica nella gioia. Spesso ne aveva sentito parlare, lo sapevano anche le domestiche, qualche volta addirittura aveva sorpreso un improvviso bagliore negli occhi di chi ne parlava, e se ne era chiesto il significato con quell'aria sospesa tra la superbia e l'invidia. Aveva visto mille volte quegli occhi ebbri della persona estatica, di colui che è liberato della propria persona, e dunque della propria maschera. Certo aveva sentito parlare di quei mistici, il cui corpo si libera d'un tratto da ogni limite per prendere forme e forze sconosciute. Aveva notato quella liberazione del corpo dalla prigione imposta dalla personalità in mille esempi quotidiani e quasi banali: nei marinai ubriachi che cantavano canzoni popolari nella sua piazza sotto casa, in alcuni grandi artisti e addirittura in qualche bambino a cui aveva avuto l'accortezza di allungare un libro di fiabe. Un sorriso così, una luce così chiara ed infantile, aveva pensato talvolta, doveva essere possibile soltanto ai giovani o agli anziani, oppure a quei popoli tribali che non conosco l'individuo. Ora però, in quella notte felice, lui stesso, Ermanno, era posseduto da quel sorriso, era immerso in quella felicità profonda, puerile e favolosa, respirava quel dolce sogno popolato di corpi, di musica e di vino. E non era più ciò che aveva sempre pensato di essere, la sua personalità sembrava per sempre essersi disciolta e volatilizzata a contatto con il turbine della festa, come il sale al bollire dell'acqua. Egli danzava. E non solo danzava, ma trascinato dal ribollire, turbinava, seguiva il corso di invisibili mulinelli e si abbracciava vagabondo ora a questa, ora a quella. Ma ogni volta non stringeva fra le braccia una donna, non sfiorava soltanto i capelli di lei, non respirava soltanto il suo profuma, ma cingeva tutto il mondo, ne sentiva l'odore e si fondeva con esso. E non era nemmeno lui ad abbracciare era piuttosto avvolto e inghiottito dalla musica e dal sudore. Pensieri non ne aveva più. Libero e sciolto si lasciava trasportare dalle onde della danza, dai profumi, dai suoni, dai sospiri, salutato da occhi estranei, eccitato e circondato da visi sconosciuti e labbra e guance e braccia e seni e ginocchia, sballottato ritmicamente dalla musica come una mareggiata a cui non si vuole opporre resistenza. Al mattino, di nuovo in sè, imprigionato, dimenticò ogni cosa. Solo quel pensiero scostante dei primi attimi di festa tornava a visitarlo: "Sia quello che vuole, almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo, fratello di Pablo".
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